• Giò Lauria

"Effetto Lucifero"

Cosa siamo capaci di fare quando siamo nella "nebbia"?

Siamo tutti potenziali "cattivi"?

Magari starai pensando: "Bisogna avere spinte innate verso la cattiveria, o avere tendenze violente e aggressive per comportarsi in un certo modo..."

Nient'affatto.


Con quanto sto per raccontarti, ti vorrei dimostrare che non c'è bisogno di trovarsi di fronte a personalità antisociali o sado-masochiste per avere comportamenti "cattivi".


Ti parlerò del fenomeno della DE-INDIVIDUAZIONE.

DEINDIVIDUAZIONE: dentro la folla, un individuo perde momentaneamente l'identità che lo rende unico e si conforma a ciò che fa la massa, percependo di non avere responsabilità in prima persona della propria condotta.

Ciò può portare a un profondo contrasto con quello che il soggetto farebbe, preso individualmente; sembra profondamente radicata in noi questa tendenza ad inserirci in una folla e perdere momentaneamente l'identità a favore del chiasso che la folla stessa crea, la "nebbia". Ci si nasconde bene e si è liberi da responsabilità dirette e individuali.


Ora ti racconterò cosa è successo nel 1971 a Palo Alto, in California, negli Stati Uniti.

Un giorno Philip Zimbardo, un giovane professore dell'Università di Stanford, ebbe un'idea: "Devo proporla ai miei collaboratori, vediamo cosa ne pensano". Non avrebbe mai immaginato che quella sarebbe stata un'idea destinata a rimanere nei libri di storia della scienza, non soltanto della psicologia sociale.

Fino alla sera prima lui e il suo team di ricercatori erano stati per intere settimane a discutere sull'esperimento da fare per valutare la coerenza delle loro ipotesi su di un fenomeno sociale che stavano studiando: LA DEINDIVIDUAZIONE E I RUOLI CHE RIVESTIAMO NELLA SOCIETA'.


Per capirci, dove puoi VEDERE COI TUOI OCCHI la deinvidividuazione? Essa si manifesta nell'individuo che appartiene a un gruppo ben definito nei suoi caratteri (il ruolo che ha il gruppo). Facciamo degli esempi: "socialisti", "medici", "commercianti", "figli dei fiori", "militari", ma anche semplicemente "insegnanti", "madri", "adolescenti", "punkabbestia", "migliori amici", "calciatori", e così via. Sono vere e proprie etichette, liberarsene può apparire molto complicato una volta che se ne è "indossata" qualcuna. (Si apre un bel discorso sui pregiudizi, ma ne parleremo altrove! ;-)


Questo fenomeno è qualcosa che riguarda tutti noi, ciascuno in fondo ha dei ruoli e appartiene a un gruppo con determinate caratteristiche. Risuona qualcosa di "Arancia Meccanica"? Può darsi. I giovani ricercatori di Stanford volevano scoprire qualcosa di più di semplici banalità.

Ma fino ad allora a nessuno era venuto in mente qualcosa di valido per metter su un esperimento.


Il gruppo accademico si era formato per approfondire le ricerche del 1961, dello psicologo Stanley Milgram, il cui esperimento è rimasto nella storia, controverso per tanti aspetti, e al quale Zimbardo e collaboratori stavano facendo riferimento.


ESPERIMENTI: COME SI FANNO
 (Nelle scienze empiriche)
                   
Sintetizzando all'estremo, gli esperimenti funzionano in generale così:

1. si osserva un fenomeno (ad es. nel caso dei gruppi e dei ruoli: le elezioni amministrative di Sindaco e consiglieri -> alcune persone vengono scelte da altre per ricoprire dei ruoli);
 
2. Si teorizza un costrutto (costrutto -> "i gruppi di appartenenza sono ... "), si operazionalizza il costrutto (la parte più difficile di un esperimento, significa ricreare in laboratorio le condizioni per far accadere quel determinato fenomeno e misurare empiricamente i parametri del fenomeno);

3. si formulano ipotesi sulla genesi, sulle caratteristiche del fenomeno (per restare nell'esempio delle elezioni: da cosa nascono, cosa sono i gruppi di appartenenza e i ruoli?);
  
4. attraverso un metodo si agisce per verificare cosa accade quando le variabili del costrutto vengono manipolate: si valutano i risultati per generalizzarli e si verificano le condizioni di validità dell'esperimento, prima di poterlo proporre alla comunità scientifica, sottoforma di discussione.

Come venne quella ispirazione a Philip? Ne parlò coi collaboratori, e ne furono entusiasti. Risultava di grande chiarezza e immediatezza, e abbastanza fattibile. Nessuno sospettava che quello era l'inizio di un grosso sconvolgimento personale per tutti coloro che vi presero parte, soggetti ma anche sperimentatori.


Nel giro di una settimana il set su cui condurre l'esperimento era pronto: i sotterranei dell'Università, perché i fondi su cui far affidamento erano scarsi; d'altronde i ricercatori di Palo Alto erano giovani pionieri di un campo in cui non si era mai addentrato alcun altro. In cosa trasformarono quei sotterranei? In una "finta" prigione. Finta fino a un certo punto, perché il set era molto realistico, c'erano le sbarre, i corridoi, la mensa... Tutto ben curato.


Ora bisognava reclutare i soggetti grazie ai quali l'esperimento si sarebbe svolto: Philip e i suoi colleghi misero sui quotidiani locali un annuncio, nel quale si diceva che il Dipartimento di Scienze umanistiche ricercava dei giovani studenti maschi per un esperimento, in cambio di una ricompensa 15 dollari al giorno per ciascuno.


Nel giro di pochi giorni si presentarono più di 70 ragazzi, pronti a prestarsi per la sperimentazione, in parte spinti dalla curiosità, in parte per essere remunerati. Dopo un colloquio individuale, ne furono selezionati 24, che si riunirono con i ricercatori per ricevere le istruzioni sul da farsi. A fine incontro furono invitati a tornare nelle loro case ed attendere il giorno seguente. Ormai non restava che iniziare, no?

Ma che istruzioni furono loro date?


In breve, gli sperimentatori dissero loro che l'esperimento sarebbe durato due settimane. Philip Zimbardo era il "direttore del carcere" e i ragazzi vennero suddivisi in due gruppi: le guardie carcerarie e i detenuti.

I particolari riguardavano da un lato l'inizio dell'esperimento e dall'altro la richiesta di assumere in ogni aspetto i ruoli che stavano per ricoprire.


Il primo giorno era il giorno della cattura. In accordo con gli sperimentatori, dei reali poliziotti con le volanti arrestarono presso le loro abitazioni i soggetti capitati nel gruppo dei carcerati, portandoli nel "carcere della contea di Stanford", nome fittizio del set dell'esperimento. Dopo l'arresto furono messi dietro le sbarre.

Da quel momento, le guardie avrebbero lavorato ogni giorno a turni diversi, inclusi quelli notturni, mentre i carcerati restavano nei sotterranei per tutta la durata, nelle loro "celle" allestite esattamente come quelle delle reali prigioni.


Avendo un set così ben preparato, fu da subito chiaro che il realismo in cui ci si trovava, suscitava un gran coinvolgimento e suggestione. C'erano gli armadietti personali delle guardie, davanti ai quali si incontravano quando dovevano darsi il cambio per il turno; c'era la mensa; c'erano le docce comuni; le celle erano strette e con due o tre prigionieri... C'era anche una cella chiamata "buco", una vera e propria cella di isolamento, per le punizioni severe.


Gli sperimentatori non erano lontani dal set, si trovavano in una stanza adiacente, nei sotterranei e, attraverso videocamere presenti nei corridoi della "prigione", potevano osservare quello che accadeva. Non ovunque però: non erano pochi i punti ciechi.

Al momento dell'arrivo nel "carcere", ancora bendati, mentre venivano vestiti da detenuti, i ragazzi erano ancora abbastanza sereni e nonostante l'impatto emotivo avuto nell'essere catturati e ammanettati, qualcuno rimaneva ironico e sembrava padroneggiare la situazione.

Nelle guardie del primo turno già si affacciava qualche espressione di disappunto per i tentativi di sminuire il loro ruolo da parte di qualche componente dell'altro gruppo.


In cosa stavano per imbattersi? L'avrebbero scoperto già dal secondo giorno...

...Le "guardie" iniziavano ad esigere maggior rispetto dai detenuti, ma questi sembravano poco intenzionati a prendere sul serio la situazione, probabilmente per la surreale atmosfera che si stava creando, o perché la sensazione di trovarsi in qualcosa di aberrante iniziava a farsi strada in loro. Alcuni carcerati agivano comportamenti spocchiosi, da loro pari, forse per sentire ancora di avere qualche potere sulla situazione.


Dopo le ripetute richieste di sottomissione, le guardie iniziarono ad usare i manganelli (presi in prestito dalla polizia per l'esperimento). I detenuti già dal primo pasto in mensa iniziarono a costruire coalizioni ed alleanze. In poche ore vennero a crearsi i primi disordini: rientrati in cella, con evidenti segni di violenza subìta, i carcerati si strapparono di dosso le divise, cominciando a provocare. Le guardie li misero tutti in fila nel corridoio per punirli con esercizi fisici allo stremo, e iniziarono a minacciarli.


Al terzo giorno, i carcerati già stanchi si barricarono all'interno delle celle, minacciando le guardie di ribellarsi. Quelle che arrivarono per fare il cambio col turno notturno, inasprirono il braccio di ferro, volendo privare i detenuti di cibo e acqua. Una volta che si ristabilì con scontri fisici l'ordine, le guardie punirono un carcerato mettendolo nel "buco" e tentarono con punizioni severe di spezzare il legame di solidarietà che si era ormai consolidato tra i prigionieri. Poco poterono, perché quel legame si fortificava col passare delle ore e aumentava con l'aumentare delle pene a cui venivano sottoposti.

Le richieste dei carcerati, sempre più angosciose, di interrompere tutto non venivano prese in considerazione né dalle guardie né dai ricercatori.

Le guardie provarono di tutto: umiliazioni con canzoni oscene, facendoli defecare in secchi che non potevano vuotare... La situazioni stava sfuggendo di mano... Era già diventata una polveriera, e stava per saltare in aria... ma Zimbardo e i collaboratori ancora non vollero interrompere.


Il quarto giorno si assisté all'evento più eclatante: i prigionieri sembravano ormai sottomessi per ciò che stavano subendo, vere e proprie vessazioni fisiche e mentali. Tuttavia nei pochi momenti fuori dalla cella (docce e mensa), il gruppo più tenace dei prigionieri riuscì ad ideare una possibile strategia di evasione per tutti i detenuti, che avrebbe dovuto avere luogo al momento del cambio di turno delle guardie.


Ad insaputa di Zimbardo e delle guardie, i prigionieri avevano pronto il piano e riuscirono a metterlo in atto... in buona parte! Perché ad un certo punto si resero conto che non era possibile uscire dalla prigione se non con delle chiavi: fu allora che iniziarono ad aggredire fisicamente le guardie e fu messa a rischio anche l'incolumità di Zimbardo stesso.


Dopo aver sedato questa grave rivolta dei detenuti, le guardie diventarono ancora più sadiche e violente, e al quinto giorno nei carcerati si manifestarono chiari sintomi di disturbi emotivi: diventarono docili e ammansiti, mentre sembravano compromesse le funzioni di esame della realtà e di protezione di sé.

Le guardie lo ritennero un importante "traguardo" raggiunto, tra loro... Finalmente erano riuscite a prevaricare e ad aver imposto con la violenza il loro potere.

E fu a quel punto che Zimbardo e i suoi colleghi interruppero l'esperimento.


I detenuti mentre venivano liberati piangevano di gioia e sembravano profondamente turbati. Le guardie, di contro, erano molto contrariati dalla scelta di interrompere.


I ricercatori stessi si sentirono a loro volta turbati per ciò che era successo durante quei sei giorni e decisero di parlare con i soggetti riguardo il loro vissuto.

Quello che era partito come un esperimento volto alla scoperta di risultati, era diventato un incubo reale che provocava solo sofferenza e generava cattiveria.


Nell'incontrarsi con i singoli soggetti, i ricercatori notarono gli effetti che avevano avuto in loro quei giorni di immersione in gruppi radicalmente differenti: da un lato oppressori e dall'altro oppressi.

Questa confusione in cui si venivano a trovare le guardie e i carcercati, questa "nebbia" dovuta all'appartenenza ad un folto gruppo di persone unite da un unico scopo comune (in un caso sottomettere, nell'altro ribellarsi), era l'habitat perfetto per agire violenza e aggressività.


Forse ti starai chiedendo "Ma che razza di studenti avevano pescato, di sicuro avevano qualche tendenza naturale alla violenza o erano di temperamento cattivo!".

Eccoci al punto! Non era affatto così! I ricercatori furono molto attenti a riguardo durante le selezioni. Non avevano di fronte personalità antisociali o sado-masochiste.


Quello che era accaduto nei sotterranei di Stanford era proprio il fenomeno della DEINDIVIDUAZIONE!


Tutto questo fu constatato a scapito del benessere dei coinvolti, in particolare dei ricercatori e dei soggetti del gruppo dei detenuti, che continuarono a manifestare per diverso tempo sintomatologie simili ai disturbi conseguenti a traumi.

Le guardie di contro non avevano turbamenti, e tornarono alle loro abitudini con facilità. D'altronde semplicemente avevano obbedito alla prescrizione dei ricercatori di assumere in ogni aspetto il ruolo da svolgere.


PER CONCLUDERE

Una domanda che mi sono posto è: perché i ricercatori ne furono così sconvolti?

E' vero, erano stati gli ideatori e gli attuatori di un progetto inedito e che è andato oltre la loro stessa immaginazione, probabilmente. Zimbardo stesso rispondendo a questa domanda ha intuito cos'era che avevano vissuto durante quei giorni.

Al di là del discorso riguardo l'eticità della ricerca (perché fu una ricerca totalmente anti-etica), o di eventuali sensi di colpa dei ricercatori stessi, la mia personale idea è che QUANDO INGAGGIAMO UN'ALTRA PERSONA E LA COINVOLGIAMO IN QUALCOSA DI NOSTRO, QUALUNQUE COSA QUESTA PERSONA COMPIE, ANCHE COSE CHE SEMBRANO TOTALMENTE LONTANE DA NOI, SICURAMENTE AVRANNO UN EFFETTO SU DI NOI.

(Analisi transazionale docet...) Io penso insieme a Zimbardo che nel caso di Stanford, i 24 ragazzi abbiano lasciato ai ricercatori il chiaro messaggio che il pericolo di perdere il controllo della nostra condotta individuale non sta fuori di noi, ma è insito in qualche meandro della nostra psiche, molto ben nascosto. E nessuno può considerarsene avulso.



P.S. SU "BUONO" - "CATTIVO"

Sì, è vero, questi termini - "buono", "cattivo" - sono pieni zeppi di concetti morali. Ognuno di noi si fa un'idea di questi concetti fin da piccolissimo, perché lo riferiamo ai comportamenti che assumono gli altri nei nostri confronti: mamma che ci accarezza il pancino quando ci fa male, è buona. Mamma che ci sgrida perché abbiamo distrutto uno specchio, è cattiva. L'amichetto che ci ruba il giocattolo preferito è cattivo, l'amichetto che ci fa un bel regalo è buono. Siamo molto semplici da piccoli, verifichiamo le cose e gli effetti che ci recano, per giudicarne la bontà, e ci basiamo molto sulle sensazioni di piacevolezza e spiacevolezza. Da piccoli siamo veri esperti di noi stessi, forse perché privi di schemi costruiti da altri o da noi stessi.

Ovviamente, con tutti i dovuti distinguo, perché ognuno di noi, come scrivo sempre, è unico e ineguagliabile.


Dott. Giò Lauria


RIFERIMENTI


I dettagli dell'esperimento di Zimbardo sono riportati molto ben descritti qui:

https://www.prisonexp.org/italian



Ti invito a guardare questo video TED Talk VIDEO (sottotitoli in italiano) di 23 minuti:

"Philip Zimbardo: The Psychology of Evil – TED Talk".TED. February 2008. Retrieved June 24,2018. - LA PSICOLOGIA DEL MALE, Philip Zimbardo.



Zimbardo, P. (2007). The Lucifer Effect: Understanding How Good People Turn Evil. Random House, New York.

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